“È un paese antico e chiuso, dove permangono (…) gli usi, le abitudini, i costumi, le tradizioni popolari più lontane, e l’intelligenza e il valore di una vita tanto più energica quanto più limitata, piena di capacità espressiva, di potenza individuale e di solitudine”. Così lo scrittore Carlo Levi in ‘Tutto il Miele è finito’ (1964) esprime intense impressioni su Orune, centro del Nuorese di oltre duemila abitanti, che si inerpica a quasi 800 metri d’altitudine, tra le punte di tre monti. Il nome deriva proprio dal greco oros, montagna. Da lassù lo sguardo spazia dalla Barbagia alla Baronia, dal Logudoro alla Gallura. I rilievi granitici si alternano a valli profonde, occupate da boschi di lecci e sughere e irrorate da sorgenti.

Nel paese si ergono la parrocchiale di santa Maria della Neve con bellissimi dipinti murali, la chiesa di santa Caterina e l’elegante casa Murgia (di inizio XX secolo). Il borgo deve la fama all’arte manifatturiera, specie tessitura di tappeti, abiti di velluto e calzature cucite a mano e lavorazione del sughero. Sarai ammaliato dalle tradizioni: il canto a Tenore, patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco, la cucina (pasta fatta in casa, carasau, agnello e porcetto arrosto, pecora bollita, dolci) e le celebrazioni, fuochi di sant’Antonio abate e santu Biasu a inizio anno, feste agostane della Vergine del Carmelo e de su Cossolu e sas Animas di fine ottobre.

Vestigia del passato ricoprono il territorio di Orune, abitato sin dal Neolitico, come dimostrano i dolmen di Istithi e i menhir sas Predas’ Ittas. L’età del Bronzo è testimoniata da una decina di nuraghi, dal villaggio di Sant'Efis, dove sono stati rinvenuti monete, utensili e un prezioso calice di vetro lavorato, e soprattutto da fonti e pozzi templari. Camminando nelle campagne, troverai il pozzo sacro di Lorana, la fonte templare su Lidone e lo splendido tempio a pozzo de su Tempiesu, addossato a una parete scistosa, dove sgorga la sorgente. Costruito alla fine del Bronzo recente con conci di trachite e basalto perfettamente lavorati, fu frequentato sino all’età del Ferro: è un gioiello architettonico unico nel suo genere. All’ingresso del tempio c’è un vestibolo con pareti aggettanti, banconi-sedile e spazi per le offerte. Sul fondo, una scala di quattro gradini porta alla camera a tholos (a falsa cupola), con pavimento lastricato, che raccoglie l’acqua della vena sorgiva. Eccezionale è la copertura: un tetto a duplice spiovente con doppia gronda scolpita, sormontato da un timpano a triangolo acuto. Nei periodi di piena l’acqua trabocca e defluisce attraverso un canale in una seconda piccola fonte. Nel pozzetto sono state rinvenute numerose offerte votive in bronzo: anelli, bracciali, pendagli e, soprattutto, statuine raffiguranti offerenti, guerrieri e personaggi ‘di comando’.