Cagliari è costruita su sette colli. Sopra il colle di san Michele, si pensa che i romani adorassero il dio Esculapio. In età bizantina il culto pagano per il protettore della medicina fu sostituito da quello cristiano per san Michele. Forse non è una caso che sulla sommità del colle, che raggiungerai da tornanti che salgono tra bianche rocce tufacee e il verde di agavi ed essenze mediterranee, pare sorgesse un monastero e, successivamente, una chiesa intitolati all’arcangelo. Oggi lassù svetta, in ottime condizioni, un castello medioevale, che domina la città, contornato da un parco verde. Un tempo era isolato, oggi è parte del quartiere di is Mirrionis. In cima abbraccerai con lo sguardo un panorama a 360 gradi sul capoluogo: le torri pisane del quartiere Castello, il porto, il Poetto, la Sella del Diavolo e la laguna di Santa Gilla. Scorgerai il maniero, da sempre sentinella della via d’accesso dal Campidano, da ogni punto di città e dintorni, anche a chilometri di distanza arrivando dalla statale 131.

La struttura quadrangolare del castello, realizzata in calcare delle cave di Bonaria, presenta tre grosse torri angolari, due più antiche, a nord-est e sud-est, costruite con conci perfettamente squadrati, quella di sud-ovest eretta successivamente con tecnica più grossolana, più alta e senza base muraria ‘a scarpa’ come le prime due. Sono raccordate da cortine murarie. In quella occidentale noterai le tracce della facciata romanica dell’oratorio di san Michele arcangelo (XII-XIII secolo). Presenta due ingressi affiancati, indizio di un edificio a due navate divenuto cappella del castello, dopo esserne stato inglobato. Attorno un largo e profondo fossato - oggi come allora superabile con un ponte - forse risalente agli interventi piemontesi del XVIII secolo, che trasformarono l’antico maniero in moderno forte.

Le origini sono controverse. Una suggestiva ipotesi pone la nascita tra fine età bizantina e inizio epoca giudicale (X secolo): una sola torre a difesa dell’allora capitale Santa Igia. Poi la struttura sarebbe stata completata sotto i pisani. Più ragionevolmente la fondazione è da collocare nel XII secolo (epoca giudicale o pisana), poi fu potenziato nel XIII con le due torri orientali. La terza torre e altre aggiunte sarebbero aragonesi, a partire dal 1325, quando Berengario Carroz, longa manus dell’imperatore Alfonso, ricevette il colle di san Michele in feudo. In pochi anni lo trasformò in fortezza e in lussuosa dimora, addobbata di oggetti preziosi (forse) depredati dalla basilica di san Saturno. Era una sorta di ‘don Rodrigo manzoniano’, forte del protettorato degli imperatori, ospitò malviventi e fuorilegge in cerca di asilo. Per tutto il XIV secolo il castello di Bonvehì – così rinominato all’epoca per la splendida vista – ottenne benefici dai vari sovrani. Fu caposaldo aragonese e rifugio per ‘bravi’ che volessero affrancarsi dalla giustizia dietro il pegno di fedeltà al feudatario. Le Autorità cagliaritane contestarono operato e abuso dei privilegi concessi dalla Corona. La questione si risolse con la concessione dell’estradizione a chi avesse goduto del protettorato dei Carroz. Alla nobile famiglia spagnola le vicende di Bonvehì rimasero legate indissolubilmente sino al 1511: un secolo e mezzo di splendore. Dalle peculiarità architettoniche si risale alle fasi di proprietà spagnola e all’evoluzione da ruolo militare a lussuosa residenza, specie nel XV secolo sotto il conte Giacomo Carroz. L’ultima esponente della famiglia a vivere come castellana fu la contessa Violante, temuta e maledetta dal clero per l’assassinio di un sacerdote. Da lei il castello fu anche detto ‘della contessa’. Pare che il suo fantasma si aggiri ancora nella fortezza. Oltre agli spettri, non mancano anche cunicoli sotterranei e tesori: è attestato un procedimento accusatorio (XVIII secolo) a carico di un sacerdote reo di aver cercato un tesoro nascosto nel castello tramite il rito di ‘afromanzia’ o ‘idromanzia’, ossia invocazione del demonio e recitazione di formule magiche. Finita l’era dei Carroz, il castello per oltre un secolo fu abbandonato, poi adibito a lazzaretto durante la ‘peste di sant’Efisio’ (1652-56). Riprese funzioni militari a fine XVIII secolo: nel 1793 l’ultimo momento di gloria, dotato di cannoni, difese la città dall’invasione delle milizie napoleoniche. Nel 1867 fu venduto al marchese Roberti di san Tommaso, che lo fece restaurare da Dionigi Scano e iniziò il rimboschimento del colle con pini d’Aleppo. Dal 1929 al 1972 fu stazione radio-telegrafica della Marina militare. Gli interventi di restauro e valorizzazione di fine XX secolo hanno trasformato la fortezza in moderno centro d’arte e cultura e il colle in sito di valore paesaggistico.