C’è una città ‘parallela’ dentro l’attuale Cagliari, in parte inserita nel contesto urbano e del tutto visibile, in parte nascosta. Una città che ha attraversato i millenni per continuare a farsi scoprire, studiare, ammirare. Karales era una delle più importanti – se non la principale – città romana della Sardegna, posta in posizione strategica, era scalo cruciale del Mediterraneo e rilevante polo commerciale durante l’età imperiale. In origine il nome era Karalis, a testimonianza di un vicus Karalis creato, subito dopo la conquista romana della Sardegna 238 a.C., accanto alla preesistente città punica. Il passaggio dalla forma singolare a quella plurale Karales, da collocare nel II sec. a.C., attesterebbe l’avvenuta fusione dei due centri in uno spazio urbano unitario. Il momento di svolta della storia edilizia fu l’attribuzione da parte di Ottaviano dello statuto di municipium Julium civium Romanorum (38 a.C.). In età imperiale, poi, la città conobbe un grande sviluppo urbano, con edifici pubblici e abitazioni private.

Storici e archeologi, grazie a fonti e ritrovamenti, hanno ricostruito la ‘mappa’ della città. L’acropoli erano gli odierni quartieri di Castello e Stampace. Il foro era nei pressi dell’attuale piazza del Carmine, attorno alla quale sorgevano templi e impianti termali. Le terme più ampie, risalenti al II secolo d.C., sono state identificate nel largo Carlo Felice e in viale Trieste; in via Malta, invece, è venuto alla luce un tempio-teatro di età tardo-repubblicana. Le case patrizie sorgevano a poca distanza, negli odierni corso Vittorio Emanuele e rione di Sant’Avendrace, nonché nell’area dove, qualche secolo più tardi, fu eretta la basilica di San Saturnino. La zona mercantile e i quartieri popolari trovavano posto vicino al porto, nell’attuale quartiere della Marina. Fuori dall’urbe si estendevano le necropoli, le stesse in uso in età punica, ossia sui colli di Tuvixeddu e Bonaria, dove sorgevano anche altre case signorili. Un acquedotto portava l’acqua da Siliqua sino in città.

La testimonianza più celebre e vistosa si estende sul pendio meridionale del colle di Buoncammino: è l’Anfiteatro romano. Dopo secoli di abbandono e sfruttamento come cava, ha riconquistato un ruolo come location per spettacoli. Seicento metri lo separano da un complesso residenziale noto come villa di Tigellio, poeta e cantore di età augustea. La casa, in realtà, comprende almeno tre domus: la ‘casa degli stucchi’, cosiddetta per l’ampio uso di decorazione a stucco nelle pareti; la casa del ‘tablino dipinto’, con resti di un mosaico pavimentale; infine, i resti di un altro edificio termale. Altra testimonianza ben visibile è la grotta della Vipera, che deve il nome ai serpenti scolpiti ai lati del frontone. È un monumento funebre costruito tra I e II secolo d.C. dall’esule Lucio Cassio Filippo in onore di sua moglie, Atilia Pomptilla. Secondo la leggenda, la donna offrì la vita agli dei in cambio della guarigione del marito gravemente malato. Il sacrificio fu ripagato. La tomba presentava in facciata un frontone con timpano e due colonne, oggi sopravvive solo un capitello. All’interno, ci sono due camere funerarie e un pronao, nel quale, su una parete, è descritta in greco e latino la vicenda della coppia. Non meno interessanti le tracce ‘nascoste’, talvolta nei sotterranei di chiese e palazzi moderni. La parrocchiale di Sant’Eulalia custodisce un tratto di strada lastricata, resti di edifici complessi e di un tempio. Una fullonica – cioè un laboratorio per il lavaggio e la tintura delle stoffe -, con pavimento a mosaico, emerge sotto un palazzo nel viale Regina Margherita. Osserverai cisterne e depositi all’interno della cripta di Santa Restituta e in cima alla Sella del Diavolo. Infine, alcune cavità dell’orto dei cappuccini, inizialmente cave di estrazione del calcare necessario a costruire l’anfiteatro, furono anch’esse riadattate a cisterne e successivamente, con tutta probabilità, a carceri.