Sorge a 200 metri d’altezza al confine tra piana campidanese e prime propaggini del monte Serpeddì, in una delle aree più fertili della Sardegna meridionale, le cui principali coltivazioni sono vigneti, uliveti e cereali. Soleminis è un paese di quasi duemila abitanti del Parteolla, zona collinare del Campidano sud-orientale, caratterizzato da intensa attività agropastorale e rinomato per panificazione, produzione di miele e raccolta di erbe aromatiche. Nel suo territorio ricade parte della foresta demaniale Campidano, all’interno della quale imperdibili la pineta di sa Pira, con pini d’Aleppo, e il vivaio del parco di Monti Arrubiu.

Il centro compare per la prima volta in documenti ufficiali nell’XI secolo, quando apparteneva al giudicato di Cagliari, poi passò a quello d’Arborea e alla repubblica di Pisa. Non è da escludere che fosse abitato già in epoca romana prima e bizantina poi. In tutto il territorio soleminese la presenza umana è documentata sin da epoche remote. In tutto il territorio soleminese la presenza umana è documentata sin dal Neolitico, come dimostrato dai siti di Facc’e Idda, is Calitas e Cuccuru Cresia Arta e, soprattutto, dalla domu de Janas de s’Acqua ‘e is Dolus, ‘l’acqua dei dolori’, (3500-2700 a.C.), scavata nella roccia. A Sedd’e Cresia, uno dei punti più elevati del paese – suo primo nucleo - sorge la seicentesca parrocchiale di san Giacomo apostolo, realizzata in stile tardo gotico, forse su un precedente impianto medievale, e costituita da un’unica navata coperta a capriate lignee. La chiesa, oltre a un corredo in argento, conserva testimonianze artistiche di pregio: due pitture su tela, una rappresentante Trinità e sacra Famiglia (fine XVI secolo), l’altro che raffigura la Redenzione, attribuito al pittore Sebastiano Scaleta (metà XVIII), un crocifisso ligneo e la statua settecentesca del patrono, celebrato a fine luglio insieme alla copatrona sant’Anna. La chiesa è una delle tappe del cammino di santu Jucu in Sardegna. Il centro storico conserva ancora architetture rurali tradizionali in mattoni di fango, tra cui spicca casa Corda Spada, oggi centro culturale che espone una bella collezione etnografica. Da ammirare anche casa Dessy e l’orto di Emilio.

A metà gennaio si accendono i fuochi di sant’Antonio abate: attorno al falò si distribuiscono arance, mandarini, pane e vino. A fine maggio c’è la festa di sant’Isidoro, protettore degli agricoltori, cui è dedicata una chiesetta campestre. La processione è accompagnata da corteo di cavalieri, gruppi in costume e traccas, carri a buoi addobbati.