Decine di fortezze sono state costruite, a difesa dei loro domini nell’Isola, dai giudici, da pisani, genovesi, aragonesi, dai Malaspina e dai Doria, fra tutte il castello di Burgos è il più ricco di memorie storiche e racconti leggendari. Prende nome dal grazioso borgo che sorge ai suoi piedi, ma è noto anche come castello del Goceano, territorio storico che la fortezza domina da 650 metri d'altezza. Al centro del paese, in una ottocentesca casa padronale, è allestito il museo dei castelli, che ospita mostre su fortezze, torri costiere e luoghi strategici e una sala multimediale sui ‘cento castelli sardi’. Alla visita al museo segue l’escursione guidata al castello: arroccato su una rupe alle pendici del monte Rasu, completamente isolato e visibile da lontano, praticamente inespugnabile, un tempo controllava il territorio, oggi emana un fascino legato al Medioevo sardo, a vita di corte e battaglie, assassini e tradimenti, nobili e sovrani, donne affascinanti e banditi senza scrupoli.

La maestosa struttura fu costruita attorno al 1134 per volontà di Gonario I di Torres. È costituita da una triplice cinta di mura a forma di ‘U’, realizzata con blocchi di granito e pietrame, rivestiti di mattoni e compattati con malta. Al centro della corte s’innalza per 16 metri la torre maestra a due piani, quadrata e massiccia, fatta di cantoni di calcare, rinforzati con vulcanite rossa negli spigoli. Non ha merli né mensole. Nel cortile troverai l’ingresso a un vano sotterraneo, una grande cisterna intonacata e voltata a botte, destinata alle acque piovane. A nord della torre vedrai i resti di una serie di ambienti, verosimilmente stanze per truppe e servitù.

Da sempre fu considerato uno dei manieri meglio protetti. Tanto sicuro che nel 1194, durante la rivalità tra i giudici Guglielmo di Cagliari e Costantino di Torres, quest’ultimo vi mise al riparo la moglie Prunisenda, lasciando a presidio solo una piccola schiera e col grosso delle truppe si portò nei punti ritenuti più minacciati. Guglielmo con gran parte della cavalleria sorprese e attaccò la sparuta schiera vicino alle terme di Benetutti. Prese il castello e fece prigioniera la regina, che violentò e portò in un’altra fortezza dove lei morì. Gli antichi cantastorie narrano che l’anima di Guglielmo vaga di notte tra i ruderi della rocca, inseguita da stormi di uccellacci e invocando il perdono della regina. La guerra fra i due giudici continuò ma con l’intervento della repubblica di Pisa, che pretese ed ebbe da Guglielmo il castello, in seguito di nuovo occupato da Costantino. Nel 1233 la fortezza fu teatro di un altro delitto. Vi si era ritirato Barisone di Torres, che Ubaldo Visconti, bramoso del giudicato, fece uccidere da sicari. La vedova Adelasia, donna di rara bellezza, andò sposa a Enzo, figlio dell’imperatore Federico II, affinché potesse avere il titolo di re di Sardegna. Adelasia, abbandonata dal nuovo marito fatto prigioniero, si ritirò volontariamente nel castello, dove morì nel 1259. Fu l’ultima giudicessa di Torres e, secondo i racconti popolari, nelle notti di luna piena si aggira tra i torrioni, contemplando le terre che percorreva sul suo cavallo insieme a Ubaldo.

A fine XIII secolo il castello finì in mano prima della famiglia Doria, poi di Ugone giudice d’Arborea, che lo fortificò e respinse agevolmente l’assalto dei pisani (1324). Pochi anni dopo entrarono in gioco gli aragonesi: il re Alfonso confermò a Ugone il possesso del castello e successivamente nominò suo figlio Mariano conte del Goceano, assegnandoli territorio e fortezza, che rimase in potere degli Arborea fino a dopo la morte della giudicessa Eleonora. Poi passò definitivamente agli aragonesi, che ne innalzarono ulteriormente le difese. Le fortune del maniero durarono ancora pochi decenni e, ormai in disarmo, fu occupato dal bandito Bartolo Manno, uomo crudele e astuto che con altri furfanti seminava il terrore nella zona, esigendo tributi e onori. Il marchese Cubello di Oristano gli mosse guerra e lo bloccò all’interno delle mura, dove Bartolo fu ucciso a tradimento dai suoi compagni. L’ultima vicenda è del 1478: Antaldo d’Alagon e il visconte di Sanluri vi si rifugiarono per ben due volte, prima dopo aver perso la battaglia di Mores, poi dopo la sconfitta ancor più dura a Macomer. Prima di cedere del tutto, resistettero all’assedio aragonese dentro la rocca per oltre un anno. Di lì a poco il castello fu abbandonato e, seppure nel 1516 sia definito ancora in buono stato, l’opera del tempo ebbe la meglio: nel 1901 le fonti parlano di un rudere. Oggi, quando all’alba e al tramonto un velo dorato di pulviscolo si addensa intorno alle mura, rivivono nella memoria glorie e leggende.