Era uno dei santuari di maggiore importanza e prestigio per le tribù delle età del Bronzo recente e finale (XII-IX secolo a.C.), che qui si radunavano per celebrare il rituali del culto delle acque. Il villaggio-santuario di Abini ha caratteristiche che lo rendono affascinante, misterioso e fondamentale per cercare di comprendere la religiosità degli antichi popoli nuragici. Sorge in una valle a dieci chilometri da Teti, suggestivo borgo della Barbagia Mandrolisai, a pochissima distanza dalle rive del fiume Taloro e lungo le vie di transumanza verso le pianure di Ottana e del Campidano. L’assenza di strutture difensive, l’abbondanza di acqua e risorse sfruttabili e la posizione in una via di collegamento fanno ipotizzare che il santuario fosse un pacifico luogo di sacralità e devozione per numerose tribù protosarde, come testimonierebbero anche la notevole dimensione del sito e l’enorme quantità e qualità di preziosi oggetti votivi ritrovati durante gli scavi.

Fu un gruppo di pastori e contadini locali a iniziare le ricerche nell’attuale area archeologica, intorno al 1865. Secondo la leggenda, essi furono convinti da un ragazzo del villaggio, a seguito di un sogno premonitore. I primi reperti – soprattutto bronzetti – furono acquistati da privati e successivamente donati al museo di Cagliari, mentre sul finire del secolo iniziarono gli scavi ‘ufficiali’. Il sito comprende un villaggio con numerose capanne e un pozzo sacro protetto da un recinto a temenos. Le capanne erano prevalentemente circolari, in alcune di esse noterai un bancone-sedile lungo il perimetro interno e nicchiette ricavate nello spessore murario. Altre contenevano scorie di rame, pertanto è probabile che fungessero da laboratori artigianali. Il pozzo non conserva il vestibolo e la scala di accesso, aveva in origine una copertura a tholos e custodiva una fonte sorgiva. Sarai impressionato dalle dimensioni del recinto: a pianta ellittica, misura circa trenta metri nell’asse maggiore e circa 18 in quello minore. Lo spazio interno risulta diviso in due settori da un muro trasversale: il primo ambiente, a est, è più piccolo, ha una pavimentazione in basoli di granito e un bancone-sedile realizzato con lo stesso materiale. Noterai le tracce di due ingressi che conducevano verso la fonte e il lato opposto del recinto. Il secondo settore misura in lunghezza il doppio del primo, presenta un’apertura verso l’esterno e sembra configurare un ampliamento dell’area sacra, probabilmente a causa della crescente affluenza di fedeli. La quantità di reperti rinvenuti nel tempio permette di considerare il sito uno dei più generosi di tutta la Sardegna nuragica: decine di manufatti antropomorfi, spade votive, navicelle e lingotti ancora da fondere rappresentano il patrimonio restituito durante gli scavi. Un solo ripostiglio, portato alla luce nel 1878, conteneva più di cento chili di bronzetti.

Probabilmente la più famosa delle statuine che il santuario custodiva è quella del ‘demone-eroe’: un guerriero con la corazza, armato di scudi e stocchi, con quattro occhi, quattro braccia e lunghe corna, oggi conservata al museo archeologico di Cagliari.

Il santuario di Abini è una delle due grandi eredità nuragiche di Teti, paesino immerso nel verde e ricco di tradizioni, la seconda è il complesso di s’Urbale, un villaggio di 50 capanne con nuraghe e tomba di Giganti, che testimoniano la vita nell’età del Bronzo finale.