Insediamento nuragico, emporio fenicio, fortezza cartaginese, urbs romana, capoluogo bizantino e capitale arborense: a Tharros scoprirai oltre due millenni di storia. Le rovine dell’antica città, fondata nell’VIII secolo a.C. e abbandonata nell’XI d.C., sorgono nella propaggine meridionale della penisola del Sinis, nel territorio di Cabras. Il ‘museo all’aria è un anfiteatro naturale affacciato sul mare e delimitato dall’istmo di capo san Marco e dai colli della borgata di San Giovanni di Sinis e di su Murru Mannu (grande muso), in cima al quale troverai la testimonianza più antica, i resti del villaggio nuragico, abbandonato prima dell’avvento dei fenici. Resti di due nuraghi spuntano anche sul promontorio di san Marco, un altro è ipotizzato alla base della torre di san Giovanni, una delle tre – oltre a ‘torre vecchia’ e Turr’e Seu - erette a difesa del golfo dalla Corona spagnola (XVI secolo).

Le eredità fenicie sono due necropoli e il tophet, santuario cimiteriale dove erano deposte le urne contenenti i resti incinerati di neonati e animali sacrificati. Con l’avvento cartaginese, all’incinerazione fu affiancata l’inumazione, furono riusate le sepolture a fossa fenicie e aggiunte tombe ‘a camera’, segnalate da steli con immagini delle divinità Baal Hammon e Tanit. Provengono dai sepolcri migliaia di manufatti dei corredi funebri: ceramiche, gioielli, amuleti, scarabei. Sotto il dominio punico i quartieri di Tharros, tra cui quello artigianale specializzato nella metallurgia del ferro del Montiferru, si distendevano ‘a terrazze’ sulla collina di San Giovanni, da cui partivano le mura difensive della città fortificata. Prima della conquista romana (238 a.C.) furono eretti edifici civili e di culto, tra cui il tempio ‘delle semicolonne doriche’, rampa gradonata decorata a rilievo nella parte alta con semicolonne doriche e lesene. Il tempio fu in parte smantellato in età imperiale e sorse un nuovo santuario, uno dei tanti dei quali i romani costellarono la città. Nel tempietto K, costituito da portico e altare con cornice a gola egizia, spicca il reimpiego di due blocchi con incise lettere semitiche, pertinenti a un probabile (preesistente) ‘tempio delle iscrizioni puniche’. Affascinante è il tempio a pianta di tipo semitico, delimitato in tre lati su quattro da pareti di roccia. Al centro c’era un recinto a colonne (peristilio), il cui pavimento è decorato da un mosaico policromo. Il tempio di Demetra deve il nome a un ambiente dove furono rinvenute due terrecotte riferite alla dea. Ti colpirà il tempio tetrastilo, affacciato sul mare: sono in piedi due colonne (ricostruite), del resto rimangono le basi. Molti ‘pezzi’ dei templi furono reimpiegati, per esempio nella chiesa di Santa Giusta.

In età repubblicana fu avviato un processo di rinnovamento che culminò in età imperiale. L’urbs fu trasformata secondo schemi ortogonali: percorrerai strade ‘regolari’, lastricate e canalizzate per il deflusso, espressione di un articolato sistema fognario. Passeggiando su cardo e decumano maximi immaginerai vita e attività di duemila anni fa. Nel massimo splendore (III d.C.) sorsero tre impianti termali, a ridosso del mare. Nell’alto Medioevo parti delle terme divennero sepolture bizantine, altre furono annesse a un complesso paleocristiano comprendente un battistero (V-VI d.C.) e un santuario, forse l’ecclesia sancti Marci. Di età imperiale ammirerai anche parti di acquedotto, in particolare il castellum aquae, serbatoio di distribuzione in centro città, ‘impermeabilizzato’ e suddiviso in tre navate da pilastri. Le aree funerarie romane erano più ampie dei loro predecessori, con tombe ‘alla cappuccina’, inumazioni in anfore, mausolei, sarcofagi e altri tipi di sepolture.

Prima che la sede episcopale fosse trasferita a Oristano (1071), divenuta capitale del giudicato d’Arborea, Tharros subì una lenta decadenza, collegata a incursioni saracene e conseguente spopolamento. Sin dal XVII secolo i corredi funerari delle necropoli furono preda di cercatori di tesori. Non meno deleteri furono alcuni scavi ufficiali del XIX secolo. Nei decenni successivi il saccheggio continuò: per fortuna, il ‘bottino’ finì in parte al British Museum di Londra, parte è nei musei archeologici di Cabras e Cagliari e all’Antiquarium arborense di Oristano. Dopo gli scavi scientifici ottocenteschi, le indagini ripresero a metà XX secolo. Non si sono mai fermate, regalando continuamente (e tuttora) nuove scoperte.