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Anela

Molti storici sono concordi nel credere che Anela sia il paese più antico della regione storica del Goceano, nella parte centro-settentrionale della Sardegna. Infatti, fu fondato forse dai romani che vi avrebbero impiantato una colonia di latini nell’epoca di Silla. Durante l’età giudicale fu scelta come sede della curatoria del territorio, conservando la funzione per diversi secoli. Divenne, a metà del XIX secolo, un feudo regio. Il centro, abitato da poco meno di 700 residenti, si trova a circa 450 metri d’altezza, circondato dalla foresta d’Anela, che si estende in un ampio altipiano a mille metri d’altitudine, per un migliaio di ettari all’interno dei territori, oltre che di Anela, anche di Bono e Bultei. Impiantata nel 1886, è formata da lecci, roverelle e agrifogli, con aree rimboschite da esemplari di abete, faggio, castagno, cedro dell’Atlante e pino nero, che hanno ricreato in Sardegna un lembo di bosco appenninico. È un luogo di grande interesse naturalistico, paradiso degli amanti del trekking, che in primavera ammireranno prati che si ricoprono di fiori dai mille colori.

Per gli appassionati di archeologia, nel territorio di Anela, ecco siti di grande interesse: numerose domus de Janas, nuraghi e un pozzo sacro. Distanti dal centro abitato ci sono i resti di un avamposto militare bizantino, composto da una cinta muraria di 300 metri con quattro torri angolari. Al di sopra di una si trovano le rovine di una chiesa romanica dedicata a san Giorgio di Aneletto, eretta nel 1100, circa cinque secoli dopo l’insediamento bizantino. In buone condizioni, invece, troverai vicino al paese la chiesa di Nostra Signora di Mesumundu, edificata nel 1162 dai cistercensi e donata ai camaldolesi dal vescovo di Castro. Altri monumenti storici sono Funtana Noa, fontana in granito al centro del paese, e una caratteristica torre, entrambe del 1886.

Ardara

Nel Medioevo fu una delle dimore fisse e privilegiate dei giudici di Torres dopo il trasferimento della corte tra i secoli XI e XII. I sovrani decisero di lasciare Torres per clima insalubre e continue minacce dei barbareschi: scelsero Ardara per passarvi gran parte dell’anno e il castello di Burgos per i mesi estivi. A quel tempo risalgono i principali monumenti ardarini: il palazzo regale, del quale sono visibili i ruderi - una torre di 12 metri e resti di mura - fulcro del potere giudicale, attorno a cui sorgevano edifici governativi o gentilizi, e la basilica di Nostra Signora del Regno (o Santa Maria del Regno), giuntaci integralmente, dove venivano celebrati matrimoni, intronizzazioni e funerali della dinastia regnante. A proposito di cerimonie, la festa patronale di Ardara richiama folle di devoti: le celebrazioni culminano nella processione del 9 maggio, accompagnata dal coro dei sos gosos, lodi in onore della Madonna.

La basilica appare oggi con scura imponenza all’ingresso del piccolo borgo del Logudoro (con meno di 800 abitanti), arrampicato sulle pendici del Montesanto. Dall’alto poggio della basilica potrai osservare la pianura sottostante, una posizione dominante che accresce il fascino di un edificio fatto di nerissimi conci di trachite ‘ferrigna’. I lavori furono portati a termine da maestranze pisane nel 1107: sorse uno dei monumenti più rappresentativi dell’architettura romanica in Sardegna, caratterizzato da essenzialità e imponenza. Il suo interno è impreziosito dal bellissimo Retablo maggiore, il più grande del Cinquecento sardo e da un ciclo di affreschi seicenteschi. Nella cripta è stata trovata la tomba della regina Adelasia di Torres (XIII secolo).

Il piccolo borgo dal passato glorioso ha attorno un territorio tutto da scoprire: nei dintorni non perdere anche Nostra Signora di Castro (XII secolo) e basilica di Sant’Antioco di Bisarcio, altro luogo di culto di straordinario impatto castello di monte Acuto, grotta di San Michele, da cui prende forma la ‘cultura di Ozieri’ (3200-2800 a.C.), nuraghe Burghidu e ponte romano sul rio Mannu.

Banari

Le sue bellezze naturali, tra cui spiccano l’oasi di Badde manna e le alture trachitiche di Corona Alta, e le sue origini medievali hanno contribuito all’ingresso nei Borghi autentici d’Italia. Banari è un paesino di circa 600 abitanti del Meilogu, sub-regione storica del Logudoro, a mezzora d’auto da Sassari, disteso ai piedi del colle Pale Idda e circondato da rilievi e corsi d’acqua. Citato in una bolla papale del 1125, nacque dalla fusione della villa di Vanari con due centri monastici, San Lorenzo e San Michele. I principali edifici di culto del centro abitato sono proprio la parrocchiale di San Lorenzo martire, in origine del XII secolo, riedificata nel XVIII e con facciata neoclassica del XIX, e la chiesa di San Michele arcangelo costruita in forme romaniche anch’essa nel XII secolo e più volte restaurata. Entrambe furono donate nel 1113 dal giudice di Torres ai monaci camaldolesi. Durante l’ampliamento di San Lorenzo, fu rinvenuta una pietra sepolcrale contenente reliquie e pergamene che attestano l’anno di costruzione. Il patrono è celebrato a metà agosto. Vicino alla parrocchiale sorge l’oratorio di Santa Croce, costruito tra XVI e XVII secolo: colpisce per la facciata in pietra rossa. In una fertile vallata accanto al paese, c’è il complesso di Santa Maria di Cea (secondo XII secolo), costituito da chiesa romanica con facciata in conci calcarei ed edifici noti come ‘romitorio’. La festa della Madonna di Cea è l’8 settembre.

Banari vanta anche un patrimonio monumentale storico-artistico: spicca l’ottocentesco palazzo comunale, che si erge in piazza sas Bovedas, fulcro della vita sociale. L’offerta culturale è ben espressa dal museo d’arte contemporanea, che, all’interno di un palazzo nobiliare duecentesco, espone opere di artisti degli anni Cinquanta del XX secolo. Spirito e autenticità del borgo si sprigionano a dicembre, in Carrelas in festa, con prodotti tipici, abiti tradizionali e antichi mestieri. Visiterai le botteghe di fabbri, pellai e ceramisti: i manufatti in terracotta sono esportati in tutta l’Isola. L’artigianato è attività principale insieme ad allevamento e agricoltura. La tradizione agropastorale si rispecchia nella cucina, caratterizzata da prodotti genuini e ricette antiche. Da non perdere la sagra della cipolla dorata, eccellenza locale. Dolci tipici sono biancheddus, meringhe con mandorle; e cozzuleddas frittelle con miele e arancio.

Il toponimo potrebbe derivare dai Balari, popolo di età nuragica,. A proposito di nuraghi, nel territorio se ne contano una decina, alcuni ben conservati: in trachite rossa sa Tanchitta e Corona Alta, in pietra bianca su Crapione e Buffulinu. I blocchi di quest’ultimo sono stati riusati per costruire una delle venti pinnettas che caratterizzano un territorio abitato dal Neolitico. Lo confermano varie domus de Janas, chiamate coroneddos: quattro dette di ziu Juanne (due minori ricavate nella roccia e due di dimensioni notevoli) e la domu de su Crapione, scavata nel tufo.

Baradili

Noto come Comune meno popoloso dell’Isola e uno dei meno abitati in Italia, conserva inalterate tradizioni e bellezze naturalistiche e archeologiche. Baradili è un paesino dell’Oristanese di meno di cento abitanti (con tasso di natività vicino allo zero), che si distende vicino alla Giara, nelle colline della Marmilla, contornate da vigneti, oliveti e mandorleti, da cui si ottengono ottimi vini, oli e dolci. L’aspetto è di un borgo medioevale con numerose antiche case ‘a corte’ – fra cui monte granatico, casa Usai e casa Lavra - che rischia di diventare, nel giro di pochi decenni, un villaggio fantasma. Nel 1927 fu aggregato al limitrofo Comune di Baressa, dal 1958 è nuovamente autonomo. Il primo documento scritto che attesta Baratuli è del 1342, ma probabile che la sua origine fosse di epoca romana, che ha lasciato tracce in varie zone. In particolare a Cibixia ci sono le fondamenta di un grande edificio, diviso in 25 vani, forse destinato a bagni. Si rinvennero anche alcune tombe contenenti anfore e lucerne.

Secondo tradizione, il paese sarebbe stato edificato sopra un nuraghe dal quale pare si riuscisse a vedere in lontananza l’imponente fortezza di su Nuraxi di Barumini. Certo è che il suo territorio fu abitato fin da età del Bronzo, come testimoniano altri nuraghi: il più importante è il monotorre Candeu. Vicino al monumento preistorico si trova una fontana (anch’essa nuragica), scavata nella roccia e ricostruita nei secoli successivi. L’acqua è oggi usata nella parrocchiale di santa Margherita martire, che, risalente al XVIII secolo e completata nel 1935, ha subito numerosi restauri. Custodisce pregevoli statue lignee di vari santi, tra cui un sant’Antonio da Padova con il bambino in piedi. In onore della patrona protettrice dei bambini si celebrano due feste all’anno: sa festa manna; la principale, a fine maggio, e Santa Mragaida agattada (trovata) o de is cruguxionis (dei ravioli) a metà luglio, a cavallo di due domeniche. Alla celebrazione è legata la sagra del raviolo. Tutto nasce da una leggenda, secondo cui alcuni giovani contadini ritrovarono in campagna una statuina di santa Margherita. La portarono al parroco, che era seduto a tavola davanti a un piatto di ravioli. Per ringraziarli, invitò a tavola loro e tutta la popolazione. I ravioli sembrava non finissero mai. Il pranzo frugale si trasformò in banchetto. Dal racconto, nel 1995, nacque la sagra, con distribuzione di ravioli in tutte le varietà: con ricotta, limone, spinaci, con patate. Attorno al paese, ci sono due chiese rurali, Santa Maria e Santa Restituta, il parco comunale, attrazione di un borgo sereno e silenzioso, e tanti siti archeologici, della Giara e del monte Arci.

Baratili San Pietro

Sorge nel Campidano di Oristano, a circa dieci chilometri sia dal capoluogo che dalla costa, in cui spiccano incontaminate le spiagge della penisola del Sinis. Baratili san Pietro fino al 1864 era semplicemente Baràtili, poi fu aggiunto il riferimento al santo patrono del paese, festeggiato a fine giugno. La parrocchiale di san Pietro, a croce latina, con campanile coperto da una cupola ‘a cipolla’ è il fulcro di un centro menzionato, nella forma Oiratili, sin dalla metà del XII secolo. Oggi conta circa mille e 300 abitanti ed è particolarmente rinomato per la vernaccia, vitigno autoctono (tipico dell’Oristanese) che domina i paesaggi pianeggianti circostanti da cui è prodotto artigianalmente un corposo e delizioso vino bianco, da accompagnare con piatti salti e coi dessert.

Alla specialità vitivinicola è dedicato, a inizio agosto, un evento immancabile, la sagra della vernaccia, (a chiudere la festa di san Salvatore), con degustazione accompagnata da piatti tipici. Sono peculiari (e prelibate) a Baratili pietanze a base di agnello e coniglio, insaporite dall vino locale. A inizio maggio altro appuntamento da non perdere, la sagra degli asparagi.

Il toponimo è di origine verosimilmente preromana: il suo territorio fu abitato densamente fin da età fenicia, la cui massima espressione dell’area è l’antica città di Tharros. Nel Medioevo il paese appartenne prima al giudicato di Arborea, poi, dal 1410, fu villa del regno aragonese di Sardegna. È probabile che il villaggio, in età moderna, sia stato più volte attaccato dai pirati barbareschi che frequentemente penetravano nel Campidano per compiere razzie. Nel XVII secolo, a causa di alcune calamità, rischiò di spopolarsi. Nel 1767 entrò a far parte del marchesato d’Arcais, formatosi con i territori già facenti parte del marchesato di Oristano. Tra 1927 e 1945 il Comune fu aggregato a quello di Riòla (oggi Riòla Sardo), poi fu di nuovo indipendente.

Baressa

Una enorme distesa di mandorli in fiore, così ti si presenterà in inverno il paesaggio di un piccolo borgo dell’Alta Marmilla, a pochi passi dal monte Arci. Baressa, Comune di circa 700 abitanti in provincia di Oristano, è noto soprattutto per la coltivazione di mandorleti, da cui la sagra della mandorla e la mostra-mercato, mete ogni anno di tanti visitatori, durante le quali assisterai alla preparazione e degusterai pani tradizionali e dolci preparati con le mandorle (amaretti, gateau, gueffus, pan’e sapa). Nel corso delle manifestazioni potrai visitare le botteghe de is Artis (i mestieri artigianali), note soprattutto per i cestini scatteddus, in canna e olivastro. Tra i prodotti agricoli sono rinomati anche vino e olio. Da non perdere la visita a oltre mille ulivi plurisecolari, inclusi nel parco Marrogali, a un chilometro dal centro abitato: un bosco di lecci e roverelle di tre ettari, meta ideale di escursioni.

Nel centro storico del paese, in un edificio del secondo Ottocento, ammirerai i vari ambienti della casa-museo, testimonianza della cultura agro-pastorale: ricovero degli animali, mulino, camera da letto arredata con antichi manufatti, focolare, sala con pregevoli tessuti lavorati a mano, s’omu de su trobaxiu (casa del telaio), dispensa familiare e deposito per i cereali. Nel cortile trovano posto aratri e attrezzi da lavoro nei campi e la casa della macina con frantoio, torchio e macina del grano.

Il più grande patrimonio monumentale di Baressa è la parrocchiale di san Giorgio, edificata nel 1600 su una precedente chiesa e composta da una navata centrale voltata a botte e da quattro cappelle laterali. La torre campanaria è coperta a cuspide, rivestita con piastrelle di grès color rosso. L’architettura di facciata e interno è semplice e lineare, a eccezione della ricchezza di marmi policromi dell’altare maggiore. San Giorgio custodisce una statua della Vergine, molto cara alla popolazione. Un tempo risiedeva nella suggestiva chiesetta campestre di santa Maria Atzeni, di cui oggi rimane poco più che una cappella. Dove c’è il luogo di culto, un tempo c’era il villaggio di Atzeni, borgo fondato nel Medioevo su un precedente insediamento punico-romano. Oltre a questo sito, tutto il territorio è disseminato di testimonianze romane, gli abitati di Pranu Sizzonis, Bruncu Uras, Donigala e le necropoli di Santa Maria e Santu Miali, e di epoca nuragica, i nuraghi Molas, Monte Majore e su Sensu.

Discesa dei Candelieri: solennità e spettacolo

Atmosfera intrisa di passione e devozione. Scenario austero, al tempo stesso coinvolgente, colorato e inebriante. A Sassari è l’evento per eccellenza, è la festha manna. È tempo di valori autentici e identitari, di espressioni della comunità e della tradizione. È il momento della Faradda di li Candareri, la Discesa dei Candelieri, una processione danzante di grandi colonne di legno, ceri votivi e simbolici, che avanza lungo le vie storiche della città, da piazza Castello, lungo il corso Vittorio Emanuele, fino alla chiesa di Santa Maria di Betlem. Dal 2013 l’evento è stato inserito dall’Unesco nel patrimonio orale e immateriale dell’Umanità. Nel mezzo dell’estate, prenditi una pausa dal relax nelle splendide spiagge del nord-ovest, e vivi un momento culturale ‘alternativo’, alla scoperta del fascino delle tradizioni isolane.

Artigianato in mostra

L’essenza della Sardegna è nella trama di un filato, nei ricami di un tappeto e nelle fogge di un elegante abito tradizionale. Il suo spirito è ‘intrecciato’ da abili mani in una corbula di giunco o asfodelo, è incastonato in una maglia di filigrana, tecnica per eccellenza dell’oreficeria sarda. La luce dell’Isola risplende in una lama d’arresoja, nel riflesso di un manufatto in vetro o nel rosso intenso di una collana di corallo. Il suo fuoco arde nella forgia di un arredo in ferro battuto. La sua anima è dentro una scultura in pietra, simbolo arcaico di una terra millenaria. Conoscere la Sardegna è addentrarsi nella sua identità più profonda e autentica attraverso le tecniche di decorazione di una scivedda (recipiente in ceramica) e d’intaglio del legno di una cascia (cassapanca nuziale) e di maschere carnevalesche, è nella conciatura delle pelli per ricavarne calzature o selle. L’artigianato artistico, tradizionale e di design è anima vitale della Sardegna, componente culturale essenziale di un popolo che tramanda con fierezza conoscenze e competenze secolari.

Festa del Redentore, è tempo di fede e folklore

In Barbagia, terra di suggestiva bellezza, un tempo impenetrabile, oggi patria di ospitalità autentica, ogni anno, a fine agosto, decine di migliaia di persone sono coinvolte in un evento simbolo dell’Isola: la Sagra del Redentore di Nuoro. Nata come omaggio alla statua che dal 1901 sovrasta la città dal monte Ortobene, la festa ha assunto nel tempo anche (e sempre più) connotati folkloristici. Oggi la sua anima è doppia: due distinti momenti, uno dedicato alle celebrazioni religiose, l’altro alla spettacolare sfilata di gruppi in abiti tradizionali provenienti da tutta l’Isola. La sagra è simbolo dei molteplici volti della Barbagia, terra che conserva intatti luoghi e tradizioni millenarie e ancora oggi ama raccontarsi, così come hanno fatto di lei grandi scrittori e letterati.

Allai

Sorge nella valle del rio Massari, circondato da colline ricoperte da verde mediterraneo - corbezzoli, lecci, lentischi e mirti - ai piedi del monte Grighine, sulla cui cima godrai del panorama su giare, Montiferru e Gennargentu. Allai è un piccolissimo centro di meno di 400 abitanti del Barigadu, territorio della provincia di Oristano, la cui prima attestazione storica è del 1341. Sotto dominazione spagnola, compare nei documenti come Alay, l’attuale denominazione risale ai primi del XIX secolo. Il centro storico è caratterizzato da case a corte in pietra scura, abbellite da colorati murales. Sorgono attorno alla parrocchiale dello Spirito santo, realizzata in stile gotico-catalano a cavallo tra XVI e XVII secolo: un’unica navata, scandita da archi a sesto acuto, lungo cui si affacciano varie cappelle. In quella maggiore, voltata a crociera, è conservata un’acquasantiera dell’XI secolo. Ha subito vari rifacimenti: dell’impianto originario sono portale, rosone e parte dell’interno.

L’artigianato occupa un posto di primo piano nella tradizione locale, in particolare la lavorazione de iscannos, sedie ricavate dall’intreccio del giunco. Da non perdere la casa sull’albero, realizzata completamente in legno. A poche centinaia di metri all’abitato vedrai i resti di un ponte sul Massari di epoca romana: su ponti ecciu, che era passaggio obbligato da Forum Traiani (Fordongianus) verso l’interno. Restaurato in età giudicale, il ponte rimase in uso per due millenni, sino a inizio XX secolo, quando sorse su ponte nou.

Nel sito di Pranu Orisa è stato scoperto un cospicuo e multiforme gruppo di menhir, tra i più significativi dell’Isola. Le perdas fittas (in sardo) sono in gran parte di trachite, alcuni di arenaria bianca, altri in porfirite scura. Fanno riferimento a tre tipologie: a sagoma ogivale e sezione piano convessa, a pilastrino stretto assottigliato verso l’alto e di dimensioni miniaturistiche. Gli aspetti figurativi presentano lo schema facciale a T con sopracciglia ricurve e allungate e nasi triangolari, e una cornice in rilievo a U rovescia disposta nella parte centrale della statua. Spesso essa racchiude dentro un elemento geometrico in rilievo recante segmenti incisi. Tre di questi menhir di Allai sono in mostra al museo della statuaria preistorica in Sardegna di Laconi, che ospita in tutto una collezione di 40 monoliti, alcuni giganti, che documentano lo sviluppo tipologico delle statue antropomorfe nel III millennio a.C. Nella stessa area delle monumentali pietre, datate fra Neolitico recente ed Eneolitico (3200-1800 a.C.) ci sono anche i resti di uno dei tanti monumenti preistorici dell’età del Bronzo: il nuraghe monotorre sa Pala ‘e sa cresia, realizzato con blocchi di trachite.