Oggi come nel Medioevo, la sua maestosa immagine infonde sensazioni di forza e rispetto. Le possenti mura del castello di Monreale svettano ancora in cima a un colle a pochi chilometri da Sardara e dalla statale 131: un agevole sentiero porta su al maniero, da dove lo sguardo abbraccia tutto il Campidano sino al golfo degli Angeli. Al centro di passaggi di mano e conteso tra aragonesi e catalani, fu indissolubilmente legato al destino dei giudici d’Arborea: insieme al castello di Marmilla (Las Plassas) e a quello del monte Arcuentu (Arbus), componeva la linea difensiva meridionale del giudicato. Nato per controllare le vie di collegamento tra sud e nord dell’Isola, oltre che fortezza militare, fu anche residenza regale. Numerosi documenti lo confermano: nel 1324 vi soggiornò Teresa d’Entença, moglie dell’infante Alfonso d’Aragona, poi nei decenni a seguire i suoi ‘inquilini’ più illustri furono Mariano IV ed Eleonora. All’epoca il castello era al massimo splendore e la ‘corte’ arborense vi trascorreva periodi di riposo e cure data la vicinanza con le antiche terme di santa Maria Aquas.

Il castello sarebbe stato edificato su preesistenti strutture nuragiche tra fine età bizantina ed esordi di quella giudicale (IX-X secolo) o più verosimilmente nel corso del XIII secolo su progetto – si ipotizza – dell’architetto Giovanni Capula, lo stesso delle torri dell’Elefante e di san Pancrazio. La sua prima attestazione ufficiale, però, è in un documento del 1309, citato come donazione del re d’Aragona ai sovrani d’Arborea. La fortezza per tutto il XIV secolo fu teatro di guerra, nonché prigione, luogo di esecuzioni capitali e soprattutto rifugio dell’ultimo giudice arborense, Guglielmo III di Narbona, dopo la disfatta in sa Battalla di Sanluri del 1409. Tre anni dopo passò ai conti di Quirra, definitivamente se non per un breve intervallo (1470-78) quando fu riconquistato da Leonardo Alagon, erede degli Arborea. Poi divenne carcere fino al XVII secolo, infine cadde in disuso.

Il complesso fortificato si estende per circa cinque ettari: i ruderi della cinta muraria raccordano otto imponenti torri a pianta quadrata e circolare (caso unico tra i castelli sardi). Al centro, sul più alto dei due rilievi, a quota 280 metri, sorge il mastio, le cui mura, alte sino a dieci metri e spesse due, sono pressoché integre, realizzate con pietrame vario, senza finestre o feritoie. Al suo interno vedrai lastricati e pareti degli ambienti del pianterreno, che si affacciano su piazza d’armi e cortili disposti su tre lati. Si accedeva ai piani superiori, tre in origine, da due rampe di scale. Nel quarto lato noterai cisterne interrate e voltate a botte e silos destinati alle derrate alimentari, collegati a una cucina. I sotterranei del mastio garantivano scorte d’acqua e cibo in caso di assedi o periodi di siccità e hanno ispirato leggende. In particolare quella del tesoro del castellano di Mons regalis, un uomo malvagio e arrogante, perciò detestato. Consapevole dell’odio, per paura di imboscate, rimaneva asserragliato nel maniero, protetto da servitori agguerriti. Talvolta andava a Oristano ma si serviva di un lunghissimo cunicolo costruito in segreto. Sotto le rovine, quel tunnel esisterebbe ancora e celerebbe un tesoro chiuso in una botte. Nessuno lo cerca però, perché accanto alla botte ce n’è un’altra identica piena di muscas maceddas, insetti mostruosi dotati di affilato pungiglione dalla puntura mortale.

Come ogni roccaforte, Monreale comprendeva in cima il mastio e a valle il borgo, i cui ruderi sono stati riportati alla luce nelle campagne di scavo tra 1987 e 2011, mentre i reperti sono custoditi nel museo Villa Abbas. Fuori dalle mura, la macchia mediterranea nasconde le ultime tracce della chiesa in stile gotico di san Michele arcangelo, principe delle Celesti Milizie, cui s’ispiravano i soldati arborensi. Un tempo il santuario custodiva una statua della Madonna, ancora oggi portata in processione a fine settembre durante sa festa manna.