Tra terra e cielo, i menhir raccontano segreti ancestrali

Menhir - Pranu Muttedu, Goni

Tra terra e cielo, i menhir raccontano segreti ancestrali

Seimila anni di storia e civiltà, leggende e misteri, incisi sulla pietra, la Sardegna è il luogo col maggior numero di siti megalitici preistorici nel Mediterraneo
la storia si intreccia con la leggenda

Pietre tese dalla terra al cielo, alla ricerca di un contatto con le divinità, oppure metafora di fecondità della donna e fertilità dei campi. Da sempre mistero e leggende avvolgono i menhir, grandi massi monolitici dalla forma affusolata e ‘allungata’. In principio modellati da vento e pioggia, poi lavorati dall’uomo (tra IV e III millennio a.C.), erano infissi verticalmente, ‘a coltello’, nel suolo. Da qui il nome sardo perdas fittas (pietre conficcate), distinte da sas perdas croccadas, i massi riversi al suolo. Si contano oltre un migliaio di menhir disseminati in tutta l’Isola, densamente diffusi nel suo centro: centinaia tra Sarcidano e Mandrolisai, decine nell’alto Oristanese, specie a Villa Sant’Antonio, il cui territorio è stato ribattezzato ‘valle dei menhir’. Qui si trova il più alto dell’Isola, su Corru Tundu. Ne troverai anche vicino alla costa: il sito Cuili ‘e Piras di Castiadas, nel Sarrabus, ne conta oltre 50. Li vedrai disposti a gruppi, accanto a domus de Janas e tombe di Giganti, allineati a formare ‘sentieri di pietra’, oppure solitari o in coppia. Muti e impassibili osservano la realtà circostante, testimoni di un passato lontanissimo, tracce di una delle civiltà preistoriche più evolute del Mediterraneo.

Menhir di monte Corru Tundu - Villa Sant'Antonio
simboli di fertilità, rigenerazione e rinascita

Le enormi pietre si presentano completamente lisce, una sorta di simbolo fallico, o scolpite con piccoli incavi tondeggianti, forse raffiguranti le mammelle. Queste incisioni, dette 'coppelle’, caratterizzano le Perdas Longas di Guspini, nel Medio Campidano, nonché la stele di Boeli, infissa all’ingresso del borgo barbaricino di Mamoiada. Meglio nota come sa Perda Pintà, è una grande lastra di granito finemente decorata e rifinita, sacra e magica allo stesso tempo. Toccare le pietre con mani o ventre, cospargerle di liquidi, riempire le coppelle di offerte votive erano riti propiziatori per il concepimento o il parto, per la fertilità dei campi o per benedire il passaggio all’aldilà. La sacralità de sas perdas fittas durò nel tempo, ben nota nell’Antichità. Alludeva ai menhir papa Gregorio Magno nell’epistola del 594 recapitata al re barbaricino Ospitone, quando definì i sardi “adoratori di tronchi e pietre”. L’ostilità ecclesiastica è espressa dagli atti emanati in vari concili tra V e VIII secolo contro chiunque non distruggesse tali pietre. Anche Carlo Magno ordinò di abbatterle. Nonostante la loro demonizzazione, non tutto è andato perduto né il carattere sacro estirpato. Ancora agli inizi del XX secolo, molti cristiani vi sostavano davanti a pregare: da allora i menhir assunsero nomi di santi, come quelli intitolati a san Salvatore a Tortolì o a san Michele Orrui a Fonni.

Sa Perda pinta - Mamoiada
Biru 'e Concas - Sorgono
isolati o allineati, connessi a divinità e luoghi di culto

I menhir erano infissi in luoghi considerati punti di contatto con le divinità e con l’Oltretomba, formerebbero una linea retta che unisce i tre mondi: divino, umano e dei defunti. Altre teorie li collegano al culto degli antenati, che proteggevano le comunità. La tendenza ad assumere gradualmente nel tempo forme sempre più umanizzate lo confermerebbe, come se le pietre fossero simulacri abitati dagli spiriti degli antenati. Dal primordiale tipo aniconico, privi di simboli, si passa a forme più evolute, del tipo protoantropomorfo, con figure umane appena abbozzate. Un esempio è l’allineamento di Pranu Mutteddu a Goni, eccezionale area funeraria e sacra che riflette il livello culturale delle civiltà che l’ha realizzata. Solo i filari di menhir di Bir’e Concas a Sorgono sono più lunghi, anch’essi tra i più significativi del Mediterraneo. Gli allineamenti indicano probabilmente percorsi cultuali e cerimoniali. Secondo studi archeoastronomici, il loro orientamento sarebbe connesso a fenomeni celesti, lungo l’asse est-ovest, di sorgere e tramontare del sole agli equinozi.

Menhir Museum - Laconi
da simbologia umana appena abbozzata a vere e proprie statue-menhir

L’evoluzione portò sino alle più tarde statue-stele, realizzate nell’età del Rame (fine III millennio a.C.). Laconi ne è la patria: qui risiede il Menhir museum che custodisce una collezione di 40 monoliti, alcuni giganti. Sono figure umane indiscutibili, con elementi anatomici, maschili e femminili, e dettagli come vestiario e armi. Del volto stilizzato si riconoscono naso e arcata sopraccigliare. Solitamente sulla superficie erano incise due figure sovrapposte, una definita ‘il rovesciato’, cioè lo spirito del defunto, che compare anche in sepolture rupestri come sas Concas di Oniferi; l’altro graffito è interpretato come un ‘pugnale bipenne’, affine ai geroglifici egizi che riproducevano l’utero femminile. L’accostamento non sorprende, considerate le frequentazioni delle popolazioni sarde con la terra dei faraoni. Insieme le incisioni rappresenterebbero l’anima dell’uomo che ritorna alla terra attraverso il ventre della madre. Simili statue-menhir sono state rinvenute (ed esposte nel museo di Laconi) anche ad Allai, nel Barigadu, e a Ruinas, nell’alta Marmilla.

sa Perda 'e Taleri - Noragugume
su para e sa mongia, Sant'Antioco
da sempre per i sardi la pietra è simbolo di memoria

Alcune perdas fittas sono ‘custodi’ all’ingresso delle tombe. Altre sono solitarie o in coppia con nomi spesso legati a leggende popolari: indicano donne e uomini puniti con la pietrificazione per aver commesso un peccato. Nell’istmo di Sant’Antioco sono conficcati su Para e sa Mongia, che evocano la vicenda dell’amore proibito di un frate e una suora che scapparono insieme, scatenando l’ira divina: furono tramuti in pietra in un punto di passaggio, come monito. Non lontano, a Villaperuccio, vicino alla necropoli di Montessu, è conficcato il menhir Luxia Arrabiosa. Il nome ritorna più volte sul colle Prabanta, accanto al monte Arci. Lungo un sentiero, nel territorio di Simala, vedrai sa Turra e sa Cullera (il mestolo e il cucchiaio) de Luxia Arrabiosa. Sempre sul Prabanta, ma nel territorio di Morgongiori, ammirerai su Furconi (il forcone) de Luxia Arrabiosa, conficcato vicino a una domus de Janas. Chi era Luxia? Una bellissima jana, un po’ fata, un po’ strega, che ritorna costantemente nei racconti popolari. Insidiata da un fauno innamorato di lei e mai ricambiato, per liberarsi di lui, lo colpì a morte con l’attizzatoio che rimase conficcato a terra e si pietrificò.

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