Con la loro configurazione danno un aspetto antropomorfo alla roccia, quasi vigilassero con aria severa sulle straordinarie testimonianze del remoto passato. Le quattro domus de Janas della necropoli di Filigosa sorgono ai piedi e sulle pendici di un’altura dove, in cima, si staglia l’imponente torre – di 13 metri di diametro - del nuraghe Ruiu. Il sepolcreto prenuragico dista pochi chilometri da Macomer, principale centro del Marghine, ed è strettamente legato a quello di Abealzu, nel territorio di Osilo (nel Sassarese). Seppure distino fra loro ben 60 chilometri, i due siti, macomerese e osilese, presentano peculiarità architettoniche, tipo di sepolture e reperti identici: dalle due necropoli deriva il nome di un’importante facies culturale dell’Eneolitico sardo, la cultura di Abealzu-Filigosa - detta anche soltanto di Filigosa -, sviluppatasi tra 2700 e 2400 a.C.

Le tombe indagate sono quattro, tre scavate nel tufo ai piedi dell’altura, la quarta a un livello superiore, tuttavia, in origine, il numero di sepolture doveva essere più ampio. Tutte sono pluricellulari, caratterizzate da lunghi dromos (corridoi) d’accesso che seguono l’inclinazione naturale della roccia e presentano al centro del pavimento delle celle focolari circolari. La necropoli fu usata dalle popolazioni protosarde fino ai primi secoli del II millennio a.C. con riti funebri che prevedevano scarnificazione e sepoltura dei resti dell’inumato in deposizione secondaria (non in posizione fisiologica). Il dromos della tomba I, lungo undici metri, conduce al vano maggiore trapezoidale: alla base di una sua parete meridionale noterai un lettuccio funebre e, più in alto, due coppelle emisferiche. Al centro del pavimento sorge un focolare di un metro di diametro con margine anulare in rilievo e coppella centrale. Due portelli nella parete di fondo conducono a sei celle secondarie. Il primo introduce in un vano poligonale e da questo in un altro rettangolare; l’altro portello dà accesso a quattro vani disposti a coppie, dei quali uno è a sua volta diviso in due parti da un ‘tramezzo’. Il dromos della tomba II ha sviluppo iniziale curvilineo, una cella maggiore trapezoidale e altri tre vani quadrangolari collegati in successione orizzontale. La cella maggiore, con soffitto digradante verso l’ingresso, presenta i ‘classici’ focolare rituale e coppella su una parete. Il corridoio della terza tomba, lungo dieci metri, cresce in altezza e larghezza verso il fondo, coperto nel tratto finale da un piccolo padiglione. Il portello con cornice in negativo della parete di fondo immette in due vani quadrangolari coassiali. Anche la tomba IV ha un andito seguito da tre celle coassiali e quadrangolari – con focolare, coppelle e piccola nicchia - mentre un quarto vano laterale è aperto nel secondo ambiente.

Di grande interesse è il reimpiego della prima tomba in età nuragica, con la ristrutturazione del prospetto del dromos con conci ben sagomati, quasi a simulare l’ingresso di una tomba di Giganti. Gli scavi hanno messo in luce anche un pozzetto profondo mezzo metro, colmo di ceramica e oggetti fittili romani di età repubblicana e imperiale. Macomer, non a caso, sarebbe da identificare con Macopsissa, città prima punica poi romana, citata dal geografo Tolomeo (II secolo d.C.), strategico luogo di passaggio tra sud e nord dell’Isola. Ci restano tratti di vie e pietre miliari.

Oltre a Filigosa tra i complessi funerari prenuragici spicca Perdas de Tamuli. Il territorio macomerese presenta tracce di frequentazione risalenti sino al Paleolitico superiore, in particolare nella grotta Marras, dove è stata ritrovata una statuetta della Dea Madre (‘Venere di Macomer’), custodita nel museo archeologico nazionale di Cagliari. Tra le testimonianze nuragiche, oltre al Ruju che sovrasta la necropoli di Filigosa, la più imponente e famosa è il nuraghe Santa Barbara, costituito da torre centrale alta 15 metri, bastione a quattro torri e ampio villaggio. Da visitare anche la tomba di Giganti di Puttu ‘e Oes.