La chiesa di Sant'Antonio abate fu costruita ex novo tra il 1700 e il 1707 per iniziativa e a spese del vescovo di Bosa, il servita sassarese Giorgio Sotgia Serra, come recita l'iscrizione sull'architrave del portale (OPVS ABSOLVTVM ANNO 1707). L'edificio ingloba in parte la precedente chiesa di Sant'Antonio, di forme gotico-catalane, utilizzandola come transetto entro il suo impianto a croce latina. Il primo maestro impegnato nella costruzione fu il bosano Pedro Falqui, capomastro assai attivo in Sassari in fabbriche civili e religiose dal 1676. In un documento del 1698 si precisa che il Falqui doveva demolire e ricostruire la chiesa, risparmiando la cappella di Nostra Signora dei Servi e quella di San Felipe, in conformità a un disegno in suo possesso, dove si descrivono dettagliatamente le caratteristiche dell'edificio che, pur con una campata in meno, corrispondono a quelle della chiesa attuale, comprese le due persistenze tardogotiche alle estremità del transetto. Per una controversia col Sotgia Serra il Falqui venne sostituito nel giugno del 1700 con Matteo Del Rio, capomastro degli albaniles della città dal 1683, il quale portò a conclusione i lavori. Sebbene i capimastri fossero tutti locali e la struttura dell'edificio, pur nella maggiore ampiezza e complessità, utilizzasse elementi e una sintassi compositiva assai simili a quelli già impiegati in altre chiese della città (delle Cappuccine e di San Donato, ultimate rispettivamente nel 1692 e nel 1695), non è da escludere che l'elaborazione del progetto sia stata opera del padre servita maestro Francesco Locatelli, inviato a Sassari nel 1678 dal Sotgia Serra, che allora rivestiva il ruolo di Generale dell'Ordine dei Serviti. Il prospetto, in conci a vista, è ripartito in due ordini da un'alta cornice con fascia a rettangoli. la parte inferiore è scandita da sei lesene tuscaniche con al centro un portale inquadrato da colonne tortili, terminanti in figure grottesche, sormontato da un timpano curvilineo spezzato in cui si inserisce un fregio e, alla sommità, lo stemma del vescovo Sotgia Serra. Il secondo ordine presenta al centro una finestra a edicola sormontata da un timpano triangolare e affiancata da due finte aperture di eguale foggia ma di minori dimensioni. due ali inflesse lo rinserrano ai lati mentre un ampio frontone curvilineo - elemento barocco insieme al portale - ne delimita la sommità. L'interno riprende con maggiore impegno e raffinatezza esecutiva il lessico dotto indicato in facciata, ma accentua la trabeazione che continua fino al presbiterio. L'impianto è a navata unica, divisa in tre campate rettangolari e una quadrata all'incrocio col transetto da lesene tuscaniche. le cappelle, tre per lato, hanno volta a botte. il transetto ingloba alle estremità due cappelle coperte con volte a crociera appartenenti al precedente edificio. il presbiterio quadrangolare con volta a botte è più basso e stretto dell'aula.