Il complesso prospetta su piazza Ginnasio, lo slargo più spazioso nel tessuto urbano del centro storico di Alghero, e con la sua monumentalità e i colori vivaci della sua cupola domina la città. La chiesa sorse nel 1662 su una preesistente costruzione di proprietà del Capitolo, dedicata allo stesso San Michele, cui faceva capo la più vasta area cimiteriale della città, che si estendeva fino alle mura, a ridosso della Porta San Giovanni. Il nuovo edificio venne realizzato dai Gesuiti, che giunsero ad Alghero nel 1584 per prendere possesso dell'eredità lasciata loro dal ricco decano algherese Carrovira, morto cinque anni prima, che aveva disposto che i suoi beni fossero venduti e il ricavato investito nella costruzione di un collegio gestito dalla Compagnia del Gesù. Effettivamente Alghero non possedeva all'epoca una scuola superiore, e il vescovo Baccallar approfittò dell'arrivo dei Gesuiti per donare loro la chiesa di San Michele e smantellare l'attiguo cimitero, trasferito accanto alla cattedrale, perché la Compagnia potesse costruire in quell'area, con il denaro di cui era entrata in possesso con l'eredità Carrovira, il proprio collegio. I lavori cominciarono nel 1589 proprio con la realizzazione del collegio. la nuova chiesa venne invece realizzata a partire dal 1662, probabilmente sotto la direzione di Domenico Spotorno, e inglobando in parte l'edificio preesistente. Si trattò comunque di un cantiere lungo, che potè terminare solo ai primi del Settecento grazie a una nuova donazione, dovuta al capitano dell'esercito spagnolo Jeronimo Ferret. Nel 1774, con lo scioglimento della Compagnia del Gesù da parte del Papa Clemente XIV, il complesso venne abbandonato e il collegio adibito a caserma. I Gesuiti tornarono ad Alghero solo nel 1950, riacquistando una parte dell'edificio che infatti oggi ospita un centro associativo e una biblioteca. l'altra parte dell'ex scuola superiore è stata invece adibita ad uso residenziale, e attualmente versa in uno stato di evidente degrado. La chiesa ripropone i modelli costruttivi tardomanieristi, che si ritrovano nella maggior parte delle costruzioni gesuitiche e che avevano il loro prototipo nella chiesa del Gesù realizzata dal Vignola a Roma. La particolarità dell'edificio algherese sta nel fatto che presenta una pianta obliqua (e non perpendicolare) rispetto all'asse stradale, probabilmente perché segue, almeno in parte, l'andamento della chiesa preesistente. La facciata ha un alto zoccolo in conci squadrati di arenaria e un timpano spezzato decorato da una semplice cornice aggettante. La muratura è liscia e ritmata esclusivamente da tre ampie finestre rettangolari per l'illuminazione dell'interno. Il portale ligneo è architravato e sormontato da un bassorilievo in marmo raffigurante l'Annunciazione. L'interno è a navata unica con volta a botte, divisa da archi trasversali poggianti su colonne corinzie. L'aula è affiancata da tre profonde cappelle per lato intercomunicanti. All'incrocio tra l'unica navata e il transetto è inserito il presbiterio quadrangolare, sormontato da una grandiosa cupola ottagonale impostata su un alto tamburo retto da pennacchi. All'esterno la cupola, dotata di lanterna, è decorata con tegole policrome realizzate su disegno di Antoni Simon Mossa e Filippo Figari intorno alla metà del Novecento.Vedi la pianta e le sezioni del monumentoStoria degli studiLa chiesa è oggetto di una sintetica scheda nel volume di Salvatore Naitza sull'architettura tardoseicentesca e purista (1992). BibliografiaP. Nonis, "Chiese e santuari del territorio di Alghero", in Alghero: cara de roses, Cagliari, 1951, pp. 360/365. S. Colomo, Guida ad Alghero e dintorni, Sassari, 1984.S. Naitza, [i]Architettura dal tardo '600 al Classicismo purista[/i], collana "Storia dell'arte in Sardegna", Nuoro, Ilisso, 1992, sch. 11.E. Valsecchi, [i]Monumenti del centro storico di Alghero[/i], Sassari, 1995. A. Ingegno, [i]Il centro storico di Alghero: appunti per una ricerca[/i], Oristano, 1996. L. Deriu, [i]Alghero: la città antica[/i], Sassari, 2000. T. Kirova, [i]Le architetture religiose del Barocco in Sardegna[/i], Cagliari, 2002.