Un unicum nel Mediterraneo: ti sembrerà di essere proiettato in un luogo enigmatico e sorprendente, che evoca suggestioni e interrogativi. Nelle campagne di Oschiri, a metà strada tra Sassari e Olbia, tra silenzio surreale e natura incantata, spicca un un banco di granito lungo circa dieci metri, sul quale sono state scolpite con precisa sequenza una serie di incisioni geometriche. La ‘tavola’ di pietra è stata definita ‘altare rupestre’ perché si trova di fronte alla chiesa di santo Stefano, che dà nome al sito. Vicino, sparse in un boschetto di macchia mediterranea, vedrai una necropoli con otto domus de Janas, mentre attorno sono disseminate rocce adattate a nicchie, tra le quali faticherai a distinguere mano dell’uomo e della natura. Sull’ampia parete granitica dell’altare sono stati incisi motivi di varie forme, combinati tra di loro: incavi triangolari, quadrangolari e semicircolari, attorno decine di coppelle e croci. Tra necropoli e altare sono individuabili altre quattro rocce istoriate, intrise di fascino e sacralità: una con tre nicchie quadrangolari e coppelle sopra e sotto; un’altra con due incavi triangolari e un bancone, usato forse per offerte votive o rito dell’incubazione; una nicchia rettangolare, assimilabile a una tomba a tafone; infine una ‘meridiana’ costituita da un incavo circolare, sormontato da uno scalino e circondato da coppelle. Molte incisioni sono state ‘cristianizzate’ dalla giustapposizione della croce, che serviva a cancellare la presenza di antichi dei pagani.

La datazione è incerta: la necropoli ipogeica suggerisce un periodo fra Neolitico recente ed età del Rame (IV-III millennio a.C.). Ma c’è chi la fa risalire a dopo l’avvento di Cristo o a età bizantina. Mentre l’assenza di un’indagine archeologica ha dato adito alle più disparate interpretazioni, i simboli nelle rocce, però, non trovano spiegazione. Sono ‘disegni’ privi di confronti, legati a riti e con valori sacri profondi, riconducibili a simboli divini o all’astronomia. Santo Stefano è un’area dalla sacralità ancora tangibile: si suppone che vi partorissero le sciamane o si praticasse il rito della scarnificazione (prima di deporre il cadavere dentro le domus). La disposizione di figure geometriche e coppelle non è casuale: sembrano descrivere il passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti. I quadrati sarebbero le ‘false porte’, tipiche di domus e tombe di Giganti, punto di contatto tra terra e aldilà. I cerchi sono simbolo pagano di continuità, infinito, divinità solari. I triangoli sono identificabili con templi a gradoni. Il sito è rimasto centro di intensa spiritualità per tutti i popoli che lo hanno abitato, dal Neolitico all’epoca cristiana. Non a caso, oltre alle domus, riconoscerai vicino i resti di un tempio nuragico e altri reperti precristiani. Qui, due chilometri a nord del paese, è stato eretto a fine XV secolo - forse su un edificio bizantino – il santuario campestre per sostituire o assorbire i poteri sacri. Anch’esso pare custodire segreti: un piccolo betilo nuragico adattato ad acquasantiera e due volti stilizzati della dea fenicia Astarte inseriti in facciata. Nell’ingresso meridionale, un architrave di trachite reca un’iscrizione bizantina (o in antico logudorese) con la data di edificazione: 1492. La pergamena scoperta durante il restauro riporta la consacrazione al 1504.

Per raggiungere il sito attraverserai luoghi in cui si è insediata la più antica civiltà neolitica isolana (3500-2700 a.C.), detta ‘cultura di Ozieri’, città vicina a Oschiri. Tutto il territorio oschirese, che si distende ai piedi del Limbara e si affaccia sul lago Coghinas, al confine tra Logudoro e Gallura, è costellato di testimonianze preistoriche: 70 domus de Janas in tutto, vari dolmen e menhir, circa 60 insediamenti nuragici. Al MuseOs, museo archeologico del paese, sono conservati i reperti nuragici e del castrum romano, simbolo di una delle aree sarde più ‘romanizzate’, frequentata fino al Medioevo e dove sorse la chiesa più celebre di Oschiri, Nostra Signora di Castro, cattedrale sino al 1508.